Ho visto un film che si intitola Echo Valley, un thriller a tinte noir disponibile su Apple TV. Si tratta di un’opera intensa e angosciante, costruita attorno al tema della perdita, del senso di colpa, ma anche delle responsabilità affettive derivanti dalla maternità. Il regista del film è Michael Pearce (L’incontro) che punta sulla sottrazione sia nella regia, costruendo scene sempre cupe e tese, che nelle direzione del cast, decisamente tutto in parte. Il risultato è molto convincente, riuscendo a tenere lo spettatore aggrappato al plot e ben immedesimato nella protagonista, ma solo fino ad un certo punto. Ora vi spiego perché.
Echo Valley: la trama

Kate Garrett (Julianne Moore) vive nel suo ranch – da cui il film prende il titolo – in solitudine, immersa nella natura insieme ai suoi cavalli. Da poco ha dovuto affrontare la perdita improvvisa di sua moglie, una tragedia che l’ha travolta trascinandola in una profonda depressione, tanto da mettere in discussione la sua attività di insegnante di equitazione. Quando la figlia Claire (Sydney Sweeney), per la quale nutre un grande amore ma con cui ha un rapporto difficile a causa della sua tossicodipendenza, torna improvvisamente a casa coperta di sangue e visibilmente scossa, inizia per Kate un lento e inesorabile viaggio verso l’abisso.
Una crepa nel soffitto e tutto inizia a crollare
Al centro di questa storia c’è una donna congelata nel suo dolore: un matrimonio fallito, una figlia indomabile, l’amore della vita perso d’un colpo. Ogni giorno Kate si sveglia, apre gli occhi e guarda la crepa nel soffitto della sua camera da letto impotente, chiedendosi se anche quel giorno avrà la forza di mettere i piedi giù dal letto e cominciare una nuova giornata. Non ha voglia di metterci mano a quella crepa e a dir la verità non ha nemmeno i soldi per farlo, ma se non vuole che l’intonaco e tutto il resto la seppelliscano allora deve agire. Ma forse quella crepa non è altro che un segnale di sventura, o forse una metafora, un invito a fare i conti con ciò che non funziona più. Forse il simbolo della necessità di ricostruirsi, di voltare pagina quando la vita decide di cambiare rotta senza chiedere il permesso.
Elaborazione del lutto e del fallimento come madre
Da questo simbolismo si accende il motore narrativo di Echo Valley. Da un lato l’elaborazione del lutto, dell’accettazione dell’assenza della compagna di vita, dall’altro il confronto feroce con la maternità, con l’amore incondizionato che lega madre e figlia anche quando tutto sembra perduto. Sui legami di sangue c’è chi fa affidamento fino alla morte, passando sopra anche a torti inenarrabili, chi invece non crede che quel filo genetico diretto possa fare la differenza. Per la protagonista del film sua figlia rappresenta amore puro e anche profondo senso di colpa per non essere riuscita a salvarla dalla droga. Una colpa che non ha reale fondamento però, perché ad aver allontanato mamma e figlia è la dipendenza. Ed è proprio nel riconoscimento dell’errore che Kate sbaglia ancor di più.
Il film si interroga sui legami di sangue: sono davvero incrollabili? Possono resistere alla delusione? Kate è convinta che l’amore per sua figlia sia più forte di tutto, ma si porta addosso il peso enorme della colpa: non essere riuscita a salvarla, non averla protetta dalla deriva della dipendenza. Una colpa che forse è immotivata, ma che si incunea dentro di lei fino a consumarla. Perché è proprio nel tentativo disperato di rimediare agli errori – veri o presunti – che Kate rischia di sbagliare ancora di più.

Da madre provo sempre un certo sconforto e una sensazione di smarrimento quando mi imbatto in storie di mamme e figli disfunzionali (non scendo nei dettagli del film per non spoilerare, ma tanto la cronaca nera è peggio di qualsiasi nera fantasia). È proprio a causa dell’amore materno, che Kate imboccherà la strada sbagliata e diverrà causa del suo male prendendo una decisione che macchierà la sua coscienza. La protagonista si ritroverà a dover districare un intreccio fatto di soppressione di cadavere, ricatti e truffe assicurative, da sola o quasi.
Tensione altissima e colpi di scena uno dietro l’altro
Echo Valley mantiene altissima la tensione dall’inizio alla fine. Il film è raccontato interamente dal punto di vista della protagonista, una scelta che facilita l’immedesimazione e ci trascina nel suo abisso emotivo con naturalezza. Ogni colpo di scena spinge Kate sempre più in basso, e con lei anche lo spettatore, che assiste impotente, con il fiato sospeso e la testa che si scuote. La suspense è costruita in modo impeccabile: anche se i plot twist seguono schemi classici, nulla appare scontato.
Merito di un tono sobrio, trattenuto, e di un ritmo lento che amplifica la tensione. Sono i silenzi, gli sguardi, i dettagli minimi e apparentemente insignificanti a tessere la rete di questo thriller, che diventa progressivamente una trappola claustrofobica da cui è impossibile uscire indenni. Il tono noir contribuisce a rendere tutto più credibile, più vero. La protagonista è una donna che ha già perso tutto, e proprio per questo non ha più paura di perdere ancora, se è l’amore a chiederlo. È questa la forza oscura e profonda di Echo Valley: raccontare fino a che punto si è disposti a spingersi, quando si è già stati oltre il limite.
Echo Valley ha delle ottime interpretazioni

La performance di tutto il cast è davvero ottima. Julianne Moore riesce a trasferire la sofferenza fisica e mentale del suo personaggio, una interpretazione magistrale… una conferma delle conferme. Per me, a digiuno di film da un po’, è una scoperta Sidney Seeney che interpreta uno tra i ruoli più difficili da mettere in scena, una tossica disadattata e decisamente stronza. Infine Domhanll Gleeson, il Bill Weasley di Harry Potter che con i suoi capelli sudici e lo sguardo da matto, restituisce in modo perfetto un cattivo approfittatore, o forse sarebbe meglio definirlo parassita, che mi ha inquietato non poco. Il cast dà una marcia in più, è certo!
Echo Valley: recensione e votazione
In definitiva, Echo Valley è un buon prodotto da tre stelle su cinque. Il genere Thriller – si sa – si gioca un po’ tutto nel finale, che se non è ben piazzato e solido, rischia di far vacillare le fondamenta anche se stabili e ben posizionate come nel caso di questo film. Il finale un po’ veloce e facilone smonta il lavoro ben fatto fino a quel momento. Non sono tutti Hitchkok e Shyamalan, detto questo Echo Valley si promuove. Attenzione perché non è un film da fuochi d’artificio, non ci sono sequenze di accelerazione, ma una visione profonda e inquietante, che riesce a lasciare il segno in diversi comparti.






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